Buttate pure via ogni opera in versi o in prosa. Nessuno è mai riuscito a dire cos'è, nella sua essenza, una rosa. Giorgio Caproni
p.c. fuori uso.
io mezzo fuso.
Ringrazio ancora tutti gli amici, tono a leggervi appena posso.
Massimo

Il suono secco della ribalta
i cassonetti;
poveri treni senza un fanale
il fosso asciutto.
Per improvvisa fame di niente
vado via,
mi duole il polso tanto che ho scritto
mangio il vuoto.
Ho chiuso anche col corpo degli umili
col tuo, il mio lo getto ai gatti randagi.
Vivo a lungo,
le ostinazioni d’aria e di sangue fanno il resto;
maturano le fragole tra i ciottoli
la melga, decora coi suoi peli di figa tutto il campo.
Gli aerei fanno breccia nel cosmo,
il cielo prude
è basso, ed ha la prostata sfatta
canta un merlo. Cantano tutte le cose che non sanno:
le mani sulle orecchie che ho messo
il sasso in bocca.
Che mi risulti meglio incapace a dirti t’amo,
perché ti amo è duro da dire
quando è vero, e non rimane il tempo di ridere alla vita
e non rimane il tempo
di averti dentro il naso, la gola, gli interstizi dei sensi.
Ho l’acqua sola
del pianto capriccioso di un vecchio,
bevo
sbaglio.
Massimo 25 giugno 2009
l'immagine è tratta da: http://www.sottosuolo.net
C’è una vaso di gerani, qui di fuori
che ha avuto pure il tempo bizzarro
di morire.
L’ha fatto come tutti i miei cari
senza un urlo
semplicemente
un poco piegato sul davanti,
come gli avesse preso la nostalgia d’amore.
L’ha fatto come certe fotografie
a Natale, come i vestiti chiusi nel cellophane
l’estate, o le bollette dentro a un cassetto.
E non ho colpa
se l’acqua che gli ho dato è insapore
se la terra
s’è fatta piena di vermicelli e di malore.
Ci sono cose senza una sola spiegazione,
comete che perduta la luce
vanno giù
balene con la sabbia negli occhi
poesie
che trovano un marito violento
e stanno lì, a prendersi le botte
perché è così che va.
E non c’è posto o cuore migliore
stare qui, chinato un po’ in avanti
in silenzio
si, così.
Massimo 13 giugno 2009
l'immagine è tratta da : http://i13.tinypic.com
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L’ho fatto
dopo un secolo di carta e spazzatura,
dopo le piccole ciliegie circoncise
la malattia dei merli
affogati nelle foglie.
Ho trascurato i frutti per suggerti la nera,
per annusare un senso d’orina
mal lavata; tenuta tra le pieghe
come fa la memoria
con certi giorni tristi che non puoi cancellare.
Ed ho commosso tutti i miei sensi,
in te,
svegliata
sull’erezione quasi invisibile del chiodo
la meraviglia esplosa del fiore
il vento in cima
che ti faceva spore, per tutto il letto bianco.
Massimo 15 giugno 2009
l'immagine è tratta da : http://www.3megapixel.it

Devi i tuoi modi fini
all’antica sartoria,
a quella luce accesa sul tardi
nella via
che preso il nome delle botteghe
ancora è là, con un geranio e un pomo d’ottone.
Madre mia
che bella incontinenza di occhi che ora hai,
che cecità mirata e pulita
il buio, sai
è un tunnel di mangrovie e lillà.
La schiena tua
meriterebbe il genio Picasso
tutto in te, sa di poltiglia e costole
e Adamo;
sa di Dio
fin anche l’orlo sciocco di una gonnella blu
salvata dalla morte apparente
e messa là
per le gambette belle di Alice
che non sa
nemmeno rianimare un bottone,
pensa te!
Massimo 05 giugno 2009
l'immagine è tratta da : http://www.orasesta.it

L’albero muto nel campo ha una vagina
per mille anni ancora,
impastata di bravura;
per mille giochi al metro del grano
per l’urina
sgorgata come un caldo torrente provenzale.
L’albero muto nel campo
è donna vera, ha froge di cavalla
e sfintere di regina;
ci serve l’ombra come una vivandiera nuda
ci chiama, e mette tutti a tacere
ci perdona
l’umana dissoluta pochezza del dormire.
Ci tenera le notti
con carta di papiro,
foglie di luna turchesa
frutti savi; aperti alla bisogna
sessuali
patriarcali.
L’albero muto nel campo ha grandi vele
visioni d’oltreoceano piano
onde medie
terrificanti e secche
ed acciughe migratore.
L’albero muto nel campo
è da uno a dieci,
il tempo che nasconda il tuo petto
nella creta; i tuoi capelli sinti
raccolti a una moneta.
Il tempo che, di schiena
noi si raduni l’ossa
mano alla mano, aperte le bocche
al cielo d’acqua.
Massimo
l'immagine è tratta : http://files.splinder.com

Giochiamo a carte scoperte
il petto in cima,
argilla da succhiare con moto
gli occhi chiusi,
quando s’apparta il senso di cose
a fine sera.
Ma tu confondi un caldo mattino
col domani
e allunghi l’orlo delle parole
del lenzuolo;
sul poco c’è da fare,
ché non ritrovi niente
di quello che con molle abbandono
hai smesso ieri.
Forse che i cani della tristezza
qui son stati
mentre i lampioni avevano luce di singhiozzo
e luna la veniva cacciata dalle chiese.
Forse che i cani della tristezza hanno rubato,
memoria del tuo corpo felice
e mezzi pazzi
si sono persi in campi
che ostentano il maturo,
lontani centinaia di passi, e un osso solo.
Massimo
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Hanno detto che hai sangue per tutta la testa
come una cera alle orecchie
e l’opaco, è ciò che del giorno ti viene;
ma corro
su questa autostrada di case e ospedali.
Le mucche son tutte vendute
ed il cane s’è fatto la fossa da solo
non c’ero.
La grande Milano sparisce la vita,
ci mette lontani che neanche parliamo
la grande Milano che a te non ti frega:
perché dov’è vite è di un giallo incapace
e quando si dorme hai coltelli alla gola.
Io corro
e ti porto mia madre, i saluti
ma senza comprarti dei fiori
o le paste.
Io vengo a capire il tuo cuore
e poi torno, a dare dei baci alla gente che amo.
Massimo 20 giugno 2009
l'immagine è tratta da : www.corriere.it

Io mi ricordo l’America
una sola,
che avevo una valigia pezzente
e scarpe nuove
per fare almeno bella figura negli alberghi.
Me la ricordo per gli aeroporti
i grandi Market,
le hostess gambe fini
e le cassiere more.
Me le ricordo facce da Taiwan,
messicane
addette a spedizioni
con braccia elementari.
E mi ricordo il giorno
che andammo verso il mare,
sopra una barca presa a noleggio
via da tutto;
nel punto dove vanno a nuotare le balene.
Ricordo averle viste,
nascondersi nell’onda,
d’aver pensato
- ecco, anche questa è casa mia.
Massimo 22 maggio 2009
l'immagine è tratta da : http://ima.dada.net
Il sedici di Giugno
Il sedici di giugno si fece gran festa
cantando trent'anni di vita e di amore
uniti trovammo negli occhi felici
più ricca la voglia di un giorno migliore.
Quel giorno la nave si fece più rossa
più grande di vele e ancora più rossa
più forte ed unita e ancora più rossa
Alceste lo vedi ,la nave è più rossa
La case occupate ,i prezzi assassini
i disoccupati ,i cassaintegrati
le scuole fantasma per troppi bambini
i letti fantasma per troppi malati
E sull'autortada uscita baracche
il Belice grida"vogliamo la casa
ai terremotati e le vecchie baldracche
ci han dato uno schifo chiamato autostrada"
E tarantelle ma di rabbia
in baracche senza nome
va la nave va in Sicilia
va e bordeggia il meridione
e per dare voce alle vittorie
della lotta e per cantare
la ragione tuttta nostra e la vita e l'amore
Ivan Dalla Mea
Ospito il testo di una canzone di Ivan Della Mea, suggeritami dall'amica Tinti.
La cantava in piazza mi raconta, con voce di contralto, quando la gente era ancora una festa.
Grazie Tinti.